giovedì 3 dicembre 2009

Libra di novembre: Narici e orecchie

Qui, ovvero non qui ma altrove cliccando su qui, non questo qui e nemmeno questo ma il primo a sinistra con la maiuscola, trovate un mio altro piacevolissimo articolo per il nuovo Libra, che altrimenti trovate in forma cartacea in giro per Ferrara.

Anche io lo vado cercando perché poi lo metto sul tavolinetto in salotto e sbadigliando lo indico annoiato alle persone che entrano in casa. Ma in realtà ci ho messo un sacco di lavoro per indovinare le lettere accentate sulla tastiera americana.

martedì 24 novembre 2009

Bonsai

Questo uomo coltivava bonsai; aveva iniziato a coltivarli da quando era andato in pensione, esattamente un anno dopo essere andato in pensione. Prima aveva i nipoti ai quali pensare, poi se ne era francamente annoiato e iniziò a coltivare i bonsai. Il primo bonsai lo comperò al mercato, in un vasetto di terracotta grezza dipinta di verde: un olmo. Poi ne aveva creati alcuni lui a partire da piantine nate da seme, o sfruttando talee di altri alberelli di amici. Nel giro di un paio di anni il terrazzo si popolò di qualche quercia, abeti, faggi e piccoli bonsai da frutto, con piccoli frutti in miniatura. La moglie diceva che lui era semplicemente scemo. La moglie morì e lui le piantò un bonsai anche sulla tomba, ma senza cattiveria.

All'uomo con gli anni calò la vista e le forbicine sempre più a fatica riuscivano a tagliare i rametti da potare, mentre le pinzette lavoravano grossolanamente sui rami da piegare al disegno delle sagoma desiderata.
Involontariamente, se prima i bonsai risiedevano in vasetti da un pugno di terra e argilla, iniziarono ad essere trasferiti in vasi circolari dal diametro di decine di centimetri.
Il vecchio acquistò un terreno in campagna, lontano dal centro abitato con una casa rustica e calda. Visto che inciampava tra i vasi, soprattutto quando la luce proveniva dall'incerto tramonto, decise di trasferire la sua collezione fuori, a terra. Prese la zappa e scavò buche nel terreno: due ampi passi una buca, due passi e una buca, e così via, fino al confine a rete verde della sua proprietà.
A volte delle macchie si sovrapponevano tra lui e l'orizzonte del suo terreno: erano macchie più contenute di quelle che divoravano l'immagine del televisore o le foto di famiglia, ma decise che più sarebbero state le foglie verdi e i rami marroni, minori sarebbero state in proporzione le macchie nere.
Parlò con il suo vicino di casa. Più che un dialogo fu una trattativa. Il figlio disse che era matto, ma nulla poté. Acquistò la proprietà del vicino e del vicino del vicino, confinante anche sulla destra. Alcuni ragazzi lo aiutarono a piantare a terra piante che venivano da semi e risiedevano in vasi.
I ragazzi si divertivano ad aiutarlo perché poi a casa i genitori li picchiavano.

Faceva colazione e poi andava in giro tra le piante. E si faceva buio o forse solo per lui era buio. A volte era caldo, altre volte l'aria era fresca ma sopportabile. Non sempre riusciva a tornare a casa per la sera e nemmeno per la mattina dopo. Le piante non avevano un reale ordine, erano piante, tutte diverse ma simili e non sempre familiari. Le strade per la casa erano molte ma sempre poche tra gli infiniti percorsi in mezzo alle piante che si potevano tentare durante le ore.
E con maggiore frequenza conveniva rinunciare al ritorno e rimanere. Sedersi contro un tronco e aspettare la luce per ricevere almeno una direzione.
La foresta creata dall'uomo non aveva più bisogno delle forbici, delle mani o della vanga dell'uomo. La foresta gettava i suoi frutti, i suoi semi al vento e rigenerava se stessa espandendo i suoi perimetri. I rami si intrecciavano con altri rami, creando alte cupole di foglie impedendo al sole di raggiungerne le radici.

La casa non era più all'estremità della proprietà, ma era in mezzo alla foresta, o comunque al suo interno. Anche l'uomo, per quanto a tentoni inciampasse tra le radici di quelli che erano stati piccoli esercizi di pazienza, si trovava sempre al centro della foresta.

Le radici iniziarono a sollevare i pavimenti della casa e distrussero muri, mentre i vetri venivano frantumati da rami spezzati. I frutti delle piante,  acerbi, non raramente velenosi, davano uno scarso nutrimento all'uomo.

E per l'uomo, ridotto alla quasi cecità, ottenebrato da una nebbia senile, che stesse vivendo oramai da mesi tra una foresta buia e cordiale, o che le piante fossero ancora i bonsai del suo balcone e la sua statura si fosse ridotta a quella di un ditale da cucito, poca differenza poteva oramai fare.

giovedì 19 novembre 2009

martedì 3 novembre 2009

Libra di maggio

Visto che mi sento pienamente integrato in ogni ambito letterario, vi segnalo l'ultimo numero (maggio...) di questa pubblicazione universitaria di Ferrara (Libra) nella quale trovate un mio articolo, pienamente inquadrato tra le problematiche dei giovani universitari, i temi sociali cari agli studenti di Giurisprudenza e i rettangoli grigi.

Donne, orsetti gommosi e me stesso.

mercoledì 28 ottobre 2009

Fatima

Alla fine è un po' come se il Papa una domenica mattina all'Angelus, affacciatosi alla finestra, dicesse a tutti i fedeli che gremiscono la piazza (i fedeli hanno sempre la cattiva abitudine di gremire): "Cari Fratelli e Sorelle, avvicinatevi tutti, venite più vicini", parlando sempre più a bassa voce con le labbra contro il microfono, "vicini, ho una cosa da rivelarvi, il quarto segreto di Fatima. Più vicini...". E alla fine il Papa tirasse fuori di scatto un mitra, con tutto il caricatore verde mimetico tipo film sul vietnam, montato su un treppiede che appoggia sul leggio assieme al librone, e iniziasse a sparare a raffica sulla folla, sbavando tremante mentre le cartucce vuote rimbalzano sul balcone e sul vetro delle finestre. E la folla continui a stare sotto: la gente vede morire i propri vicini crivellati (i morti per morire si crivellano) che si riversano a terra, e ancora guarda in alto a bocca aperta, aspetta il segreto di Fatima.
Ma il Papa continua a sparare. Un sottoposto in porpora gli passa un secondo mitra con altri colpi. Un terzo ancora. Piazza San Pietro è inondata di sangue. Qualcuno è rimasto da lontano in piedi e ancora tende le orecchie per sentire il segreto.
Il Papa rientra e si va a fare un te.
Le televisioni non dicono niente ed in differita mandano un angelus di qualche domenica prima. E così la domenica seguente ancora la piazza piena di gente. Nuova strage ma il Papa il segreto non lo dice mica, se lo tiene per se.

martedì 20 ottobre 2009

150 chili di superficialità

Ieri scendo dal treno, e mentre solitamente la gente scorre in due file tra le colonne, il gregge si muoveva solo dal verso destro.
A destra di una colonna stazionava una cicciona enorme. E questo è normale: i ciccioni enormi solitamente stazionano aspettando di ordinare altro cibo e non corrono all'impazzata tarantolati. La cosa strana era un ragazzo, un ragazzo normale, come sareste voi o i vostri amici, con barba e maglietta e jeans e marsupio e siringhe con la droga, che la baciava. La ragazza stava evidentemente partendo (o forse avrebbe fatto prima il mondo a rotolarle sotto ai piedi con verso opposto alla direzione del suo treno) e il ragazzo la salutava. La baciava, lo ripeto.

Adesso voi sbotterete: vabbè peserai 60 chili e un ciccione per te è semplicemente uno nel peso forma. No. Questa era una cicciona, di quelle tozze che magari sarebbero state destinate a diventare campionesse di pallavolo, ma il centro di massa le ha costrette a diventare imballaggi di mash mellow. Minimo 150 quintali, forse chili ma comunque tantissimo per qualsiasi scienziato si interpelli.
Premetto che con i ciccioni devo avere qualche problema. Ad esempio evito di osservarli perché sono convinto che uno scambio di sguardi, una lieve inflessione del mio labbro, l'occhio un attimo sgranato, la sopracciglia che si inarca lievemente, possano far pensare a loro che li sto prendendo in giro. Allora evito ogni sguardo oppure li guardo serio e poi repentinamente guardo una biondona patinata, magari magra, e rido con fragore per fargli capire che sono con loro: no, non siete grassi, ovvero anche se lo siete io non me ne accorgo, anzi vi preferisco cosi, si, lo so è una disfunzione dell'apparato digerente, ok, una disfunzione che a quanto pare non colpisce ebrei, zingari o omosessuali una volta deportati, ma non fa niente, l'importante è che siate felici voi e pieni di simpatia. Vedete rido già. Per simpatia.

E questo ragazzo la baciava. Ho pensato: ma non se ne accorge? quale difetto della vista gli può far credere che lei sia una ragazza di 60 chili alta un metro e ottanta? Forse sono io a sbagliarmi. Forse la ragazza è una modella e io ho una rarissima patologia della vista, praticamente sconosciuta alla moderna medicina, che mi fa vedere come ciccione le ragazze talmente bellissime che non potrò mai avere: una sorta di automatica salvaguardia del cervello dai fallimenti sentimentali.
L'unica cosa da fare prima di chiamare per la quarta volta della settimana il mio medico di famiglia con una nuova malattia scoperta sempre su di me e che merita sempre il mio nome con prefisso "Sindrome di", è stato provare a tirarle sassolini addosso mirando alla sagoma cicciosa. I sassolini descrivevano il classico fenomeno noto nella fisica moderna come "scattering sassolino-cicciona": arriva sulla superficie adiposa, sosta un attimo in una soffice quiete, e viene espulso in vicinanza dell'oggetto di massa cicciona.
Facendo ripetere l'esperimento ad un passante attonito ("E' cicciona se ne faccia una ragione"), il fenomeno ripetendosi dimostrava l'assenza della mia patologia.

Assumiamo per assurdo che io sia una persona superficiale che non si renda conto di nulla oltre l'aspetto fisico, nemmeno dei sentimenti o delle luci di Natale a forma di personaggio Disney. Per assurdo. Quali possono essere allora le ipotesi possibili:

1. lui la ama. Un ragazzo normale, che forse potrebbe avere una ragazza anche più magra di 120 kg ama un container di lardo. Questa ragazza è talmente affascinante che la sua personalità va ben oltre al suo aspetto fisico. A questo punto è lei superficiale ad essere fidanzata con un ragazzo con tutti gli arti e forse anche un pene funzionante.

2. lui la sfrutta. Il ragazzo finge di amarla per ottenere da lei sesso in quanto non riesce a trovare di meglio e soprattutto attualmente la sua posizione di laureando triennale in informatica non gli permette di pagare di meglio.

3. lui è pazzo. E' un pazzo consapevole, masochista, potrebbe avere chi vuole ma sta con il peggio che ha trovato. Se trova ancora di peggio la lascia di corsa per fare innamorare un nuovo fenomeno da baraccone con tentacoli al posto delle braccia e abbonamento al Manifesto al posto del naso.

Mi allontano e mi giro una volta per guardarli prima di imboccare la scala. Sono ancora li, lui difronte a lei, continua a baciarla e le inserisce monete in una fessura: era una macchinetta degli snack, quelle doppie con bibite e merendine.

martedì 29 settembre 2009

Le domande dell'uomo della strada: si possono dare in affidamento bambini a coppie gay?

In Italia la nostra legislazione non contempla ancora l'affidamento o l'adozione a genitori dello stesso sesso. Non viene riconosciuto come nucleo familiare, un insieme composto da persone non sposate, e non potendosi sposare né civilmente né sotto rito religioso tra persone dello stesso sesso, non si può considerare tale coppia come una famiglia e quindi non vi può essere l'atto legale dell'adozione.

Se anche nel nostro ordinamento giuridico coppie omosessuali potranno sposarsi, la Comunità Europea sussidiariamente alla CEDU prevede che anche i robot sufficientemente intelligenti e capaci di sorridere, possano adottare bambini umani.
Seguendo tale corso giuridico, teorici del diritto internazionale prevedono che nel giro di 40-50 anni vi saranno bambini dati in adozione ad elettrodomestici: padre tostapane e madre lavatrice. Ironia della sorte, in futuro la vostra affettatrice per salumi potrebbe chiedervi un'ora di permesso per portare all'asilo un bambino nigeriano.

E' quasi certo che i bambini (ma qui si potrebbe parlare di fanta-diritto) saranno tolti dalle coppie che ora definiamo "normali" per essere consegnati alle nuove tipologie di coppie "atipiche" che si formeranno in futuro. Calciatori e scienziate. Coppie di trisessuali. Mucche e salentini. Coppie talmente gay da tornare etero.

mercoledì 9 settembre 2009

Zitti tutti, zitti

L'altro giorno eravamo in quattro o cinque, forse solo tre, non ricordo. Zitti tutti, nessuno parlava. Se fossimo stati nell'insieme più chiacchieroni e generosi nel dialogare non ci saremmo mai trovati assieme. Allora salto su e dico: "Ma guarda che se poi ti sposi ti ritrovi con una moglie". Tutti sollevano lo sguardo come se mi vedessero per la prima volta e fanno si con la testa. "Non ci avevo mica mai pensato", borbotta uno. "E poi questa donna chi è? da dove viene? cosa pensa? chi te l'ha messa a fianco?" Nessuno mi sa rispondere, solo sguardi irrequieti ispezionandoci vicendevolmente. Eravamo tutti maschi, nessuna donna tra di noi.
Nessuno di noi è ancora sposato; quelli sposati li abbiamo visti prima del giorno delle nozze, poi alcuni durante le nozze e poi chi sa dove siano andati. Pensandoci bene avevano tutti una donna al loro fianco: un paio erano ragazze abbastanza belle, dicevano parole carine a bassa voce all'uomo e poi gli sorridevano. L'uomo rispondeva con un sorriso. E poi non abbiamo visto più ne lui ne lei. O forse li abbiamo visti ancora... si, forse erano quelli che ci salutavano da lontano con il braccio, qualche giorno prima di Natale per la strada in centro; può essere quindi che li abbiamo anche rivisti, ma non assomigliavano più realmente a nessuno che conoscessimo. Riflettendoci bene non li abbiamo più rivisti.

"E S., al centro commerciale, era pure lui..." In effetti era lui, ma non era solo. Non c'era la sua, come si dice? sposa, moglie! a fianco, ma c'era uno di quelli piccoli. "Piccoli ma che stai dicendo?" Si, i figli. Aveva un piccolo lui in un trabiccolo a 4 ruote, come quelli degli anziani, ma con più disegni carini, ma sempre a 4 ruote. "Ma era un uomo piccolo, basso o nano?" - "Onestamente non lo so, era piccolo, in miniatura, ma paffuto e senza capelli, forse era semplicemente un nano anziano. Sbavava comunque."
Un passante ci informa che si tratta dei figli: "Lei non vuole avere figli?", rivolgendosi a me:
"Non ci ho ancora pensato, ma se avrò un figlio lo chiamerò MacGyverFonzie."
"Ma tu non avrai figli...", si intromette una donna riccia dal marciapiede.
"Allora chiamerò MacGyverFonzie il figlio di Rosin"
"Ok, mi sta bene. Tutto attaccato?"
"Si, tuttoattaccato."
A volte qualcuno di quelli che si erano sposati crediamo di vederli tornare, si siedono senza una parola e sono anche più taciturni che prima di essere spariti: nessuno ha la certezza che siano gli stessi che se ne erano andati tanti anni prima.

E questi discorsi vanno avanti quasi sempre per ore.
Alla fine siamo tornati a stare tutti zitti, ho provato a dire nuovamente qualcosa, ma mi hanno guardato tutti male.