Se volete sapere cosa ne penso dell'aperitivo su un giornaletto coloratissimo che si occupa di aperitivi leggete qui, pagina 36.
giovedì 19 agosto 2010
domenica 8 agosto 2010
Io?
Sono al "Brico Tu". Tardo pomeriggio. Non ricordo come ci sono arrivato. Ricordo che cerco cardini per sportelli. Ci sono tanti tipi di cardini per sportelli con una luce forte al neon che abbaglia scaffali e persone. Cardini normali a perno fisso; cardini a scatto con molla, regolabili o non regolabili. Da incastro con viti o da incasso in un foro circolare.
"Ehi, Paolo, ciao." Compagna delle superiori che porta passeggino. E' sposata da un paio di anni, lavora da sei facendo fatture, il bambino ha quasi un anno e mezzo, indossa una canottiera bianca.
...e tu che fai?
Io cerco lavoro, ho insegnato ma avevo supplenze, ora sto aspettando che inizi l'anno scolastico nuovo.
Io rubo i taxi, ma non avendo la patente mi arrestano cinque minuti dopo, appena gratto la frizione senza aver fatto partire il tassametro.
Io studio, devo finire l'università. Sono un po' fuori corso con gli esami, ma me ne mancano pochi e poi ho la tesi.
Io recito con un gruppo di teatro-danza. Stiamo portando in scena delle novelle di Kafka con un gruppo di musicisti indiani. E' tutto un gioco di luci e colori. Non si deve pensare che Kafka rappresenti necessariamente il nero del nostro animo, capisci? la parte buia o queste cose. Kafka è un mondo di colori, ma colori normalmente osservati contro luce e quindi scuri, quasi neri. Se sposti la luce davanti avrai un arcobaleno. Noi rappresenteremo tutto questo con dei ballerini che eseguono delle performance mentre recitiamo le novelle in diversi piani narrativi sovrapposti. Il coreografo è un autentico genio.
Io faccio il barista in quel locale vicino al mare, quello che ha cambiato gestione un paio di anni fa. Lavoro dalle 4 fino alla chiusura. Se passi ti offro qualcosa.
Io lavoro in una ditta di componenti elettrici come controllo qualità da quando mi sono laureato. Sono stabile da maggio scorso. Faccio su e giù tutti i giorni.
Io sono astronauta. Non ci sono missioni con italiani a bordo previste nei prossimi anni ma continuo ad allenarmi in una enorme vasca per simulare la gravità zero.
Io sono Dio. Se smetto di credere a tutto questo o a me stesso, spariamo tu e io e tutto quello che ci circonda. Anzi, no, io dovrei restare.
Io sono te. Non e' la prima volta che ti capita, penso sia una crisi post parto, ma non farti vedere troppo in giro a parlare da sola.
Io sono morto. Al di la non c'è niente quindi ho scelto di reincarnarmi che è una cosa gratuita e anzi parecchio ecologica, si recicla l'anima. Prima sono stato un commercialista, poi un bancario; infine un meccanico Fiat.
Io? ti ho sposato. Questo è mio figlio. Corri forte prima che quel tipo la in fondo si accorga che non ci siamo piu'.
"Ehi, Paolo, ciao." Compagna delle superiori che porta passeggino. E' sposata da un paio di anni, lavora da sei facendo fatture, il bambino ha quasi un anno e mezzo, indossa una canottiera bianca.
...e tu che fai?
Io cerco lavoro, ho insegnato ma avevo supplenze, ora sto aspettando che inizi l'anno scolastico nuovo.
Io rubo i taxi, ma non avendo la patente mi arrestano cinque minuti dopo, appena gratto la frizione senza aver fatto partire il tassametro.
Io studio, devo finire l'università. Sono un po' fuori corso con gli esami, ma me ne mancano pochi e poi ho la tesi.
Io recito con un gruppo di teatro-danza. Stiamo portando in scena delle novelle di Kafka con un gruppo di musicisti indiani. E' tutto un gioco di luci e colori. Non si deve pensare che Kafka rappresenti necessariamente il nero del nostro animo, capisci? la parte buia o queste cose. Kafka è un mondo di colori, ma colori normalmente osservati contro luce e quindi scuri, quasi neri. Se sposti la luce davanti avrai un arcobaleno. Noi rappresenteremo tutto questo con dei ballerini che eseguono delle performance mentre recitiamo le novelle in diversi piani narrativi sovrapposti. Il coreografo è un autentico genio.
Io faccio il barista in quel locale vicino al mare, quello che ha cambiato gestione un paio di anni fa. Lavoro dalle 4 fino alla chiusura. Se passi ti offro qualcosa.
Io lavoro in una ditta di componenti elettrici come controllo qualità da quando mi sono laureato. Sono stabile da maggio scorso. Faccio su e giù tutti i giorni.
Io sono astronauta. Non ci sono missioni con italiani a bordo previste nei prossimi anni ma continuo ad allenarmi in una enorme vasca per simulare la gravità zero.
Io sono Dio. Se smetto di credere a tutto questo o a me stesso, spariamo tu e io e tutto quello che ci circonda. Anzi, no, io dovrei restare.
Io sono te. Non e' la prima volta che ti capita, penso sia una crisi post parto, ma non farti vedere troppo in giro a parlare da sola.
Io sono morto. Al di la non c'è niente quindi ho scelto di reincarnarmi che è una cosa gratuita e anzi parecchio ecologica, si recicla l'anima. Prima sono stato un commercialista, poi un bancario; infine un meccanico Fiat.
Io? ti ho sposato. Questo è mio figlio. Corri forte prima che quel tipo la in fondo si accorga che non ci siamo piu'.
lunedì 26 luglio 2010
Les restaurants invisibiles (Omaggio a I.C.)
Al ristorante di Thoiry l'avventore entra e viene accolto subito a braccia aperte da tutti i dipendenti del locale. Il gestore lo aspetta già fuori dalla porta e accoglie con un sorriso, menù alla mano. Subito l'avventore viene denudato dai suoi abiti cittadini e vestito da cameriere, da cuoco oppure con gli stessi abiti del gestore. L'avventore viene invitato a svolgere la mansione consona agli abiti che gli sono stati forniti, mentre uno dei lavoranti del ristorante prende posto a tavola e inizia ad ordinare.
La qualità del servizio si misura nell'abilita dell'avventore di svolgere il ruolo assegnatoli e la soddisfazione rispetto al servizio offerto consiste nell'autovalutazione fatta dall'avventore stesso del proprio lavoro.
E' capitato di vedere avventori, cuochi di altri ristoranti, soffrire di eccessivo perfezionismo ed uscire crucciati dalla propria visita al ristorante rivali. Altri avventori, sprovveduti passanti affamati, si sono ritrovati a sbagliare ordinazioni e a distruggere rovinosamente decine di piatti uscendo illuminati da un beato sorriso.
Lasciai Thoiry dopo due giorni.
Alla locanda di Poully si entra e ci si siede. Nessuno si preoccupa di chiedere in quanti si è, nessuno vi indica dove accomodarvi e nessuno vi porta una carta dei vini o tanto meno un menù.
In questo ristorante è stata fatta della lentezza del cibo una filosofia di vita. Camerieri e cuochi, assieme all'anziana coppia di proprietari, li trovate nel retro, adagiati su sedie impagliate dondolanti contro le pareti, mentre sono impegnati a fumare o a leggere sonnecchianti qualche pagina di un libro dalle pagine ingiallite dal prolungato contatto con le mani.
Non sperate che vi portino veramente da mangiare. Se la vostra insistenza diventa particolarmente rumorosa e sonora sono capaci di trascinarsi al telefono nero fisso al muro dietro alla cassa e chiamare un fast food che faccia servizio à emporter.
Affamato mi sono diretto nel paesino più vicino mentre la luce del sole appena tramontato illuminava ancora le insegne.
Al ristorante di Gex si vantano di conoscere i clienti da uno sguardo. Vi danno il tavolo che preferite, vicino alla compagnia di persone meno rumorosa e lontani dalla schermo televisivo. Appena avete dispiegato il tovagliolo al posto della carta, arriva direttamente un primo con tanto parmigiano a scaglie come piace a voi ma pochissimo pepe e sale al punto giusto. La pasta è al dente e appena l'avete terminata, ecco seguire una grigliata: tenere le carni ma comunque ben cotte, condite da abbondanti patate fritte o al forno (io non vi conosco così bene) che siete sicuri basteranno per accompagnare la carne fino all'ultimo boccone. Il dolce è delizioso, un perfetto binomio tra il freddo del gelato e il caldo della cioccolata che lo adorna. Il conto arriva appena avete scostato la sedia dal tavolo e rappresenta esattamente la cifra che avreste speso, forse qualcosa in meno.
Lasciate Gex sazi, soddisfatti e a gambe levate, mentre la felice coppia di proprietari del locale sembra ancora salutarvi dall'ingresso principale del ristorante.
Arrivate a Péron completamente satolli...
La qualità del servizio si misura nell'abilita dell'avventore di svolgere il ruolo assegnatoli e la soddisfazione rispetto al servizio offerto consiste nell'autovalutazione fatta dall'avventore stesso del proprio lavoro.
E' capitato di vedere avventori, cuochi di altri ristoranti, soffrire di eccessivo perfezionismo ed uscire crucciati dalla propria visita al ristorante rivali. Altri avventori, sprovveduti passanti affamati, si sono ritrovati a sbagliare ordinazioni e a distruggere rovinosamente decine di piatti uscendo illuminati da un beato sorriso.
Lasciai Thoiry dopo due giorni.
Alla locanda di Poully si entra e ci si siede. Nessuno si preoccupa di chiedere in quanti si è, nessuno vi indica dove accomodarvi e nessuno vi porta una carta dei vini o tanto meno un menù.
In questo ristorante è stata fatta della lentezza del cibo una filosofia di vita. Camerieri e cuochi, assieme all'anziana coppia di proprietari, li trovate nel retro, adagiati su sedie impagliate dondolanti contro le pareti, mentre sono impegnati a fumare o a leggere sonnecchianti qualche pagina di un libro dalle pagine ingiallite dal prolungato contatto con le mani.
Non sperate che vi portino veramente da mangiare. Se la vostra insistenza diventa particolarmente rumorosa e sonora sono capaci di trascinarsi al telefono nero fisso al muro dietro alla cassa e chiamare un fast food che faccia servizio à emporter.
Affamato mi sono diretto nel paesino più vicino mentre la luce del sole appena tramontato illuminava ancora le insegne.
Al ristorante di Gex si vantano di conoscere i clienti da uno sguardo. Vi danno il tavolo che preferite, vicino alla compagnia di persone meno rumorosa e lontani dalla schermo televisivo. Appena avete dispiegato il tovagliolo al posto della carta, arriva direttamente un primo con tanto parmigiano a scaglie come piace a voi ma pochissimo pepe e sale al punto giusto. La pasta è al dente e appena l'avete terminata, ecco seguire una grigliata: tenere le carni ma comunque ben cotte, condite da abbondanti patate fritte o al forno (io non vi conosco così bene) che siete sicuri basteranno per accompagnare la carne fino all'ultimo boccone. Il dolce è delizioso, un perfetto binomio tra il freddo del gelato e il caldo della cioccolata che lo adorna. Il conto arriva appena avete scostato la sedia dal tavolo e rappresenta esattamente la cifra che avreste speso, forse qualcosa in meno.
Lasciate Gex sazi, soddisfatti e a gambe levate, mentre la felice coppia di proprietari del locale sembra ancora salutarvi dall'ingresso principale del ristorante.
Arrivate a Péron completamente satolli...
martedì 13 luglio 2010
1000 cose orribili
Mi è capitato sotto mano questo sito http://1000awesomethings.com dove si elencano un sacco di cose favolose della vita, benché semplici. L'autore ha anche pubblicato un libro con il titolo ad arcobaleno, mentre nel sito ci sono foto di care vecchine che leggono il libro in casa di riposo prima di andarsi a sottoporre alle cure (clisteri perlopiù).
Questo tipo considera awesome cose come "ascoltare le coppie che ti raccontano come si sono incontrati", "mangiar del cibo che non ha il suo tipico colore" oppure, la più amata in generale, la "fotosintesi".
Allora ho deciso con un amico, di rispondere con questo: http://1000coseorribili.blogspot.com.
Questo tipo considera awesome cose come "ascoltare le coppie che ti raccontano come si sono incontrati", "mangiar del cibo che non ha il suo tipico colore" oppure, la più amata in generale, la "fotosintesi".
Allora ho deciso con un amico, di rispondere con questo: http://1000coseorribili.blogspot.com.
giovedì 8 luglio 2010
Attività della giornata.
Ieri ero in riunione per trovare un luogo dove permettere alle persone nei film di dialogare che non fosse compreso nei soliti cliché.
Io lavoro per i computer: loro mi comandano con lunghi bastoni che forniscono manganellate in codice binario e se facciamo bene il nostro lavoro ci sorridono, ma non piangono mai.
Quindi non risulta tanto chiaro perché fosse stata indetta quella riunione sui film, ma la cosa da rispettare è non fare tante domande. I computer ci osservano anche quanto crediamo che la webcam sia spenta ed essendo fatti di silicio con parti in segale, non hanno circuiti per annoiarsi.
I cliché nei film sono quegli elementi come le baguette che spuntano dalle sporte di carta del supermercato appoggiate nell'isola in cucina, il tassista che guarda le gambe della ragazza dallo specchietto retrovisore, gli orgasmi delle donne avvolte da coperte, gli uomini che ascoltano le donne che parlano e prendono parte nella conversazione, attivamente.
Quindi dovevamo trovare una situazione dove due persone potessero parlare tra di loro, che non fosse l'ascensore, l'auto o un divano davanti alla televisione.
Tra le opzioni che sono saltate fuori, sono poi finite sulle minute: due fantini all'ippodromo che corrono testa a testa e intanto discutono sui loro rapporti con le donne più alte (tutti disastrosi); dialogo farfugliante tra due che si lavano i denti in due lavandini limitrofi al bagno della stazione parlando di prassi barocca; dialogo tra operai del parco che dipingono un gazebo di bianco (parlano di economia aziendale).
Nessuna di queste situazioni la si riusciva a incastrare dentro un film ambientato nello spazio. Salta su il direttore neo-eletto: "E se lo ambientassimo nel West? Nel West c'erano cavalli e lavandini".
Giustamente una segretaria fa notare che però non c'erano gazebi vittoriani nei parchi e l'ipotesi cade. Ci si aggiorna.
Rientrato in ufficio decido di controllare i contributi che ho versato all'Inps, la maggior parte dei quali in monetine da 5 e 10 centesimi che avanzano sempre nel portafoglio. Richiedo la password attraverso un sito internet, ma me ne danno solo la metà, mentre l'altra metà dopo una settimana arriva per posta assieme a quel catalogo Postalmarket che ho richiesto a nome di mia zia ben 12 anni fa.
Sono 11 mila euro. Ho fatto allora domanda che mi venga restituito tutto in contanti per iniziare a fare una vita svalvolata, con la promessa mano-sul-cuore di morire giovane, ovvero prima dei 57 anni richiesti per la pensione.
Visto che si sono rifiutati, ho calcolato che per avere una pensione di 2mila euro al mese a questo regime contributivo dovrei lavorare per altri 174 anni, che a dire il vero mi sembrano un po' tantini: tutti saranno nello spazio a fare gavettoni in piscine con l'idrogeno liquido e io alla scrivania che poi magari fluttua e non si mantiene in ordine. Con sempre dei computer dietro, forse ben due volte più veloci di quelli di oggi, ma con denti infinitamente più aguzzi.
Questo pare spiegare il motivo per cui tutti i più fighi della storia, Gesù in primis, siano morti giovani.
Dalla segreteria mi faccio dare un pennarello nero sostenendo che sia per scrivere sui cd. Ho mentito. Vado nel bagno per scrivere qualche volgarità, e ho tempo per constatare che nessuno nei bagni di enti di ricerca scrive mai volgarità. Torno alla scrivania.
Io lavoro per i computer: loro mi comandano con lunghi bastoni che forniscono manganellate in codice binario e se facciamo bene il nostro lavoro ci sorridono, ma non piangono mai.
Quindi non risulta tanto chiaro perché fosse stata indetta quella riunione sui film, ma la cosa da rispettare è non fare tante domande. I computer ci osservano anche quanto crediamo che la webcam sia spenta ed essendo fatti di silicio con parti in segale, non hanno circuiti per annoiarsi.
I cliché nei film sono quegli elementi come le baguette che spuntano dalle sporte di carta del supermercato appoggiate nell'isola in cucina, il tassista che guarda le gambe della ragazza dallo specchietto retrovisore, gli orgasmi delle donne avvolte da coperte, gli uomini che ascoltano le donne che parlano e prendono parte nella conversazione, attivamente.
Quindi dovevamo trovare una situazione dove due persone potessero parlare tra di loro, che non fosse l'ascensore, l'auto o un divano davanti alla televisione.
Tra le opzioni che sono saltate fuori, sono poi finite sulle minute: due fantini all'ippodromo che corrono testa a testa e intanto discutono sui loro rapporti con le donne più alte (tutti disastrosi); dialogo farfugliante tra due che si lavano i denti in due lavandini limitrofi al bagno della stazione parlando di prassi barocca; dialogo tra operai del parco che dipingono un gazebo di bianco (parlano di economia aziendale).
Nessuna di queste situazioni la si riusciva a incastrare dentro un film ambientato nello spazio. Salta su il direttore neo-eletto: "E se lo ambientassimo nel West? Nel West c'erano cavalli e lavandini".
Giustamente una segretaria fa notare che però non c'erano gazebi vittoriani nei parchi e l'ipotesi cade. Ci si aggiorna.
Rientrato in ufficio decido di controllare i contributi che ho versato all'Inps, la maggior parte dei quali in monetine da 5 e 10 centesimi che avanzano sempre nel portafoglio. Richiedo la password attraverso un sito internet, ma me ne danno solo la metà, mentre l'altra metà dopo una settimana arriva per posta assieme a quel catalogo Postalmarket che ho richiesto a nome di mia zia ben 12 anni fa.
Sono 11 mila euro. Ho fatto allora domanda che mi venga restituito tutto in contanti per iniziare a fare una vita svalvolata, con la promessa mano-sul-cuore di morire giovane, ovvero prima dei 57 anni richiesti per la pensione.
Visto che si sono rifiutati, ho calcolato che per avere una pensione di 2mila euro al mese a questo regime contributivo dovrei lavorare per altri 174 anni, che a dire il vero mi sembrano un po' tantini: tutti saranno nello spazio a fare gavettoni in piscine con l'idrogeno liquido e io alla scrivania che poi magari fluttua e non si mantiene in ordine. Con sempre dei computer dietro, forse ben due volte più veloci di quelli di oggi, ma con denti infinitamente più aguzzi.
Questo pare spiegare il motivo per cui tutti i più fighi della storia, Gesù in primis, siano morti giovani.
Giuseppe: se ti lascio la bottega, figlio, a 60 anni poi ti ritiri in pensione?E a dire il vero ci ricordiamo solo delle persone morte giovani, mentre di persone morte vecchie non se ne sente mai parlare e quasi sempre non sono dei miti del rock and roll quindi non erano dei veri ribelli.
Gesù: caspita, 60 anni, ma io volevo morire giovane...
Giuseppe: solita idea drogata, morire giovane non è un lavoro!
Gesù: forse ho una idea...
Dalla segreteria mi faccio dare un pennarello nero sostenendo che sia per scrivere sui cd. Ho mentito. Vado nel bagno per scrivere qualche volgarità, e ho tempo per constatare che nessuno nei bagni di enti di ricerca scrive mai volgarità. Torno alla scrivania.
- Pronto...Penso che la storia di cenerentola (vestita male poi diventa bella e a mezzanotte ritorna a casa dimenticando le mutandine e non si fa più rivedere) alla fine sia una bella favola educativa.
- Salve, sono Monica, telefono per proporle l'acquisto di un vibro-massaggiatore a ultrasuoni...
- Scusa Monica, ma nel call center ti stanno frustando?
- Si...
- Vai pure avanti...
martedì 8 giugno 2010
L'ostile libero 1
A pagina 9 trovate un mio articolo, qui.
Il titolo del giornaletto è per fare capire che si è liberi ma anche ostili mostrando i denti e le unghie, si scrive in libertà senza tutte quelle fastidiose regole e quei capi che vogliono soffocare la nostra vena artistica. A chi ci vuole ingabbiare in un sistema di preconcetti e luoghi comuni noi facciamo muso duro, noi diciamo no. Noi vogliamo pensare con la nostra testa e vogliamo fare in modo che la mentalità dei giovani non sia condizionata e subisca un continuo lavaggio del cervello da parte dei media in generale e della televisione in particolare.
La televisione che mostra un modello di vita che non esiste e che nasconde i veri problemi della società dietro un continuo mostrare tette e culi. E queste tette e questi culi che devono essere ben grandi, rotondi e sodi come marmo per coprire i problemi della nostra società.
Quello che persone che stanno su al governo a rubare a man bassa i nostri soldi, i soldi delle nostre tasse (che appena finiremo l'università una volta tornati dall'erasmus e poi facciamo il tirocinio per la tesi e la tesi e poi cerchiamo lavoro e poi interrail per premio e poi ci assumono sottopagati perché ai giovani nessuno crede, pagheremo anche noi), devono comprendere è che i giovani sono il futuro e che è la mentalità della gente che deve cambiare.
Non si può più tacere, perché tacere è sbagliato quanto nascondere la testa sotto la sabbia. E sotto la sabbia si rischia di trovare le siringhe dei drogati che portano l'AIDS.
Alla libertà e magari anche alla giustizia noi diciamo sì, in coro. Assolutamente.
Il titolo del giornaletto è per fare capire che si è liberi ma anche ostili mostrando i denti e le unghie, si scrive in libertà senza tutte quelle fastidiose regole e quei capi che vogliono soffocare la nostra vena artistica. A chi ci vuole ingabbiare in un sistema di preconcetti e luoghi comuni noi facciamo muso duro, noi diciamo no. Noi vogliamo pensare con la nostra testa e vogliamo fare in modo che la mentalità dei giovani non sia condizionata e subisca un continuo lavaggio del cervello da parte dei media in generale e della televisione in particolare.
La televisione che mostra un modello di vita che non esiste e che nasconde i veri problemi della società dietro un continuo mostrare tette e culi. E queste tette e questi culi che devono essere ben grandi, rotondi e sodi come marmo per coprire i problemi della nostra società.
Quello che persone che stanno su al governo a rubare a man bassa i nostri soldi, i soldi delle nostre tasse (che appena finiremo l'università una volta tornati dall'erasmus e poi facciamo il tirocinio per la tesi e la tesi e poi cerchiamo lavoro e poi interrail per premio e poi ci assumono sottopagati perché ai giovani nessuno crede, pagheremo anche noi), devono comprendere è che i giovani sono il futuro e che è la mentalità della gente che deve cambiare.
Non si può più tacere, perché tacere è sbagliato quanto nascondere la testa sotto la sabbia. E sotto la sabbia si rischia di trovare le siringhe dei drogati che portano l'AIDS.
Alla libertà e magari anche alla giustizia noi diciamo sì, in coro. Assolutamente.
giovedì 3 giugno 2010
Amore da treno
Penso di averla vista al treno fin dal primo giorno, mentre passeggiava annoiata dalla stessa idea della routine dell'attesa. Subito vi è stato un veloce scambio di sguardi: io l'ho guardata e lei ha visto che la guardavo e nel fare questo mi guardava.
Salendo quotidianamente gli scalini che portano al binario, facevo subito correre gli occhi nell'ipotesi del dove l'avrei vista. Dietro una colonna, oppure seduta al bordo di una panchina con la borsetta in mano, altrimenti di spalle con il cellulare, in mano.
Quando la vedevo scrivere al cellulare speravo sempre che stesse scrivendo a proprio me e quindi correvo con la mano in tasca in attesa di una improbabile vibrazione. Ovviamente non poteva scrivermi non possedendo il mio numero, ma vi era sempre la remota possibilità che avesse trovato il mio numero provandone a caso. O forse poteva avere chiesto ad un amico, che magari conosceva di vista un amico che aveva il mio numero. Impossibile?
Avete presente quando ci si sente predestinati, fatti "l'uno per l'altra"? Praticamente la sensazione di conoscere come andrà a finire e semplicemente attendere. L'attesa inevitabile, come una biglia che rotola in un piano inclinato per trovare alla fine della sua corsa il vuoto di un salto da un tavolo e infine un cuscino. Soffice.
Un poeta una volta scrisse che parlare d'amore è come leggere un libro senza parole, senza dare ad intendere agli altri che le pagine che teniamo in mano siano vuote.
Non avevo ansia e facevo passare i giorni in questo nostro lento e complice corteggiamento. Prima o poi sarebbero stati baci, e abbracci e poi ancora baci, foto di baci con abbracci, vacanze insieme con tante foto e un sacco di baci. E una casa insieme e gli amici che la ricoprono di carta igienica, il domopack nel water e il dado dentro la doccia.
Una mattina mi sono avvicinato. Lei si deve essere accorta del mio primo, timido, imbarazzato tentativo di approccio e non ha fatto nulla per respingermi. Sono arrivato al suo fianco e le ho parlato...
Salendo quotidianamente gli scalini che portano al binario, facevo subito correre gli occhi nell'ipotesi del dove l'avrei vista. Dietro una colonna, oppure seduta al bordo di una panchina con la borsetta in mano, altrimenti di spalle con il cellulare, in mano.
Quando la vedevo scrivere al cellulare speravo sempre che stesse scrivendo a proprio me e quindi correvo con la mano in tasca in attesa di una improbabile vibrazione. Ovviamente non poteva scrivermi non possedendo il mio numero, ma vi era sempre la remota possibilità che avesse trovato il mio numero provandone a caso. O forse poteva avere chiesto ad un amico, che magari conosceva di vista un amico che aveva il mio numero. Impossibile?
Avete presente quando ci si sente predestinati, fatti "l'uno per l'altra"? Praticamente la sensazione di conoscere come andrà a finire e semplicemente attendere. L'attesa inevitabile, come una biglia che rotola in un piano inclinato per trovare alla fine della sua corsa il vuoto di un salto da un tavolo e infine un cuscino. Soffice.
Un poeta una volta scrisse che parlare d'amore è come leggere un libro senza parole, senza dare ad intendere agli altri che le pagine che teniamo in mano siano vuote.
Non avevo ansia e facevo passare i giorni in questo nostro lento e complice corteggiamento. Prima o poi sarebbero stati baci, e abbracci e poi ancora baci, foto di baci con abbracci, vacanze insieme con tante foto e un sacco di baci. E una casa insieme e gli amici che la ricoprono di carta igienica, il domopack nel water e il dado dentro la doccia.
Una mattina mi sono avvicinato. Lei si deve essere accorta del mio primo, timido, imbarazzato tentativo di approccio e non ha fatto nulla per respingermi. Sono arrivato al suo fianco e le ho parlato...
Ciao, ehm, prendi sempre questo treno...
Vuoi che mi metta a gridare pezzo di scemo?
giovedì 6 maggio 2010
Student of the Month
Visto che non ho capito perché, ma si sono scordati di intervistarmi per questo giornaletto, l'ho fatto da solo rispondendo alle domande dello studente del mese.
Creative Voices (CV): Tell us a little bit about your job at CERN.
Adriana Telesca (AT): I work for the ALICE experiment in the DAQ team. I have been working on the storage system testing and monitoring and currently I am taking care of some developments concerning the data quality monitoring of the data acquisition process.
Paolo Franchini (PF): Faccio turni durante i quali catturo le formiche sotto dei bicchieri. La sera quando nessuno mi vede le libero fuori dalla finestra. Una volta ne avevo cinque sotto un bicchiere e altre quattro sotto un altro.
CV: Where are you from?
AT: I am from the south of Italy, a town called Lecce (like “milk” in Spanish and at the bottom of the heel of the “boot” (the shape of Italy), I always say this to make people understand where I come from)
PF: Ravenna. Quando però all'estero me lo chiedono rispondo Berlusconi, oppure Mandolino.
CV: What is your position at CERN and how did you end up here?
AT: I am a Marie Curie fellow. I got here because a friend working at CERN told me how great it was, I decided to give it a try and apply.
PF: Principalmente nel campo del computing, poi ritiro i vassoi al Ristorante 1. Un mio amico me ne parlava malissimo, allora abbiamo scommesso...
CV: Who won?
PF: Indovina...
CV: Tell us one thing you like about CERN (or Geneva) which your country doesn’t have.
AT: I like that CERN is a place where different cultures meet and the feeling of being in a place where things happen. As for Geneva, I like the orderliness and the way things work perfectly (which of course, and unfortunately, is not the case in my country).
PF: Anche a me diverte vedere persone di diversa cultura e nazionalità rifiutarsi stizziti di lavare il vetro della mia macchina.
CV: And now something that you dislike about CERN (or Geneva)…
AT: About CERN, I don’t like the fact that too many people go away too fast, this makes relationships more difficult to be deeply established. As for Geneva , I don’t like the individuality of people.
PF: La gente a volte non va abbastanza di fretta, e dopo averti chiesto 'come va?' rimane ad aspettare una risposta.
CV: How would you describe CERN in 3 words?
AT: Stimulating, innovative, great
PF: Supercalifragilistichespiralidoso.
CV: It's just one word, you have 2 words left.
PF: Pisolo e mammolo?
CV: What would you like to see more around CERN? (Ice-cream? Secret pathway? Basketball court? Rabbits? Etc etc…?)
AT: An ice-cream shop (Italian one, of course) would be a good idea, but how about a place where people can practice some sport during lunch time.
PF: Sono indeciso tra un sexy-car-wash e quei distributori di pallette di plastica con dentro la sorpresa che trovavi negli anni '80 all'uscita dei bar.
CV: Please, make a decision...
PF: Le pallette.
CV: Is CERN how you imagined it to be or were there any surprises?
AT: Having read “Angels and Daemons” before coming to CERN, I was imagining it to be a very formal place, completely new architecture and crazy scientists around. I am still convinced about the last thing but I have been surprised by how it can be informal and productive at the same time and how room for new ideas are given. No comments about the architecture though.
PF: Prima di arrivare credevo fosse un posto grigio con edifici in stile Chernobyl disperso in una bellissima nazione piena di verde, montagne e mucche, all'interno del quale la gente mangiasse leggendo manuali del pc o si costituisse in club domenicali dei giochi di società.
CV: What was your best memory during your time at CERN?
AT: There are more than one. The IEEE Real Time conference in Beijing, the celebration after the exam in the CERN School of computing and the first collisions in ALICE.
PF: Quella volta che ho trovato dentro la macchinetta degli snack all'ostello un pacchetto di noccioline che qualcuno si era dimenticato di prendere.
CV: If you can bring something with you from CERN back to your home country, what would it be?
AT: The plant in my office, the coffee breaks with my group, the magnetic cutlery of Restaurant 1 and its cous cous. Seriously, I will bring the consciousness that the world is full of different cultures and that we should all make an effort to understand everyone’s point of view and all the things that I have learnt.
PF: Quelle noccioline, ma sono finite subito subito. A lei avanza qualche nocciolina?
CV: Well, no, really sorry...
CV: Tell us something that you have done since your arrival at CERN which you have never done before.
AT: Having dinner with people coming from 5 different continents.
PF: Usare la doccia come bidet.
CV: Where do imagine yourself to be in ten years time?
AT: I never imagine myself in a precise place, but I think somewhere in Europe.
PF: Principalmente spero non dentro una bara o un'urna.
CV: What was your dream job when you were 5? What changed (or didn’t change)?
AT: I wanted to be a singer. Now I still would like to be a singer, but, since nobody discovered my precious singing skills yet, I restrict myself to singing under the shower and in karaokes.
PF: Volevo guardare ragazze che cantavano sotto la doccia travestito da saponetta. No scherzo, volevo fare il benzinaio. No scherzo, volevo lavorare al CERN, ovvio.
CV: Where do you want yourself to be in ten years time?
AT: I want to be in any place that makes me feel at home.
PF: Nello spazio, a fare il benzinaio.
CV: In your opinion, what is the best place on earth and why?
AT: In my opinion, a best place in the world doesn’t exist. A perfect place with perfect people in the perfect mood, this is what I think can exist.
PF: Penso la maison di Hugh Hefner.
CV: Which do you believe in – reason or intuition?
AT: I believe that intuition is the preliminary step towards reason.
PF: Gesù.
CV: What is your greatest fear?
AT: To loose the ability to think.
PF: Si anche io, ballare le pizziche.
CV: Complete this sentence: Winter in Geneva is …
AT: A relaxing time, spaced out by moments on the mountains and with friends, waiting for the amazing spring and summer …
PF: Beh, credo che sia anche per loro una parola inglese...
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