Un giorno decidiamo di avere raggiunto la fine. Non la fine di tutto, ma la fine della salita, il punto di massimo, la pendenza zero: avete capito.
Decidiamo però di non rotolare nella valle davanti a noi accompagnati dalla morbida pendenza, ma riteniamo sia meglio ritornare indietro. Indietro dove eravamo già stati e dove avevamo sudato per salire; sudato, oppure sostato, oppure dove ci siamo appoggiati su grandi e forti mani che ci hanno sospinto palpandoci generosamente le chiappe durante il trascinamento. E ci è quasi sempre piaciuto.
Dato che la fine è comunque inevitabile e che il fondo della valle è sempre il fondo di una valle, riteniamo che la cosa migliore sia di ripercorrere il cammino, a ritroso.
Iniziamo rileggendo l'ultima circolare che avevamo fatto girare con la nostra firma in calce e vi apportiamo qualche modifica. Non importa se il risultato sarà una circolare di 10 giorni fa, che non potrà più girare, che non dovrà più essere letta, perché questa correzione non sarebbe mai stata fatta, altrimenti.
Passiamo poi a smontare e a riassemblare quel mobile in scatola di montaggio, con viti nuove autofilettanti per truciolato di diametro maggiore, ora con più giri di cacciavite e con pannelli esattamente a 90 gradi, rinforzati con supporti agli angoli. Carichiamo di libri letti e mai sfogliati, finti piaciuti e veramente amati mentre la livella resta in bolla: possiamo proseguire indietro.
Ritroviamo quella ex dell'anno prima (ora è felice, ma il vostro progetto è deliziosamente assurdo per rifiutarsi). La prima volta era stata veramente deludente? Siamo pronti a far meglio perché sappiamo ora come si fa meglio; ci ricordiamo tutte quelle cose e cosette che abbiamo ascoltato e respirato durante tante notti. Le parole che ci siamo detti, miste alle risate, miste a velati consigli contenti di dare contenti di ricevere. Contenti finalmente, ora, di applicare.
Se si è già fatto alba, rivestiamoci che la discesa non ammette troppe soste. C'è quell'esame da rifare, possibilmente uguale, con tutte le risposte in fila, pochi secondi per pensare e tutto il resto del tempo per rispondere e scrivere, alla lavagna, a fiume, tutto uguale ma con calzettoni ora a righe rosse. Il secondo del Kreutzer, uguale da 200 anni, che facciamo con un allungamento in quelle ultime battute, ancora una volta per l'ultima volta.
Ritroviamo quella fidanzatina delle superiori, di un'estate in vacanza vicino al mare, lontani per la prima volta da casa nostra. Ora ha un lavoro, e vive al nord. Erano stati soltanto un baci, dati anche male, per fare i grandi. Ci riproviamo perché magari ora funziona ma anche se ora funzionasse non avremmo tempo di aspettare. I disegni di Pinocchio da finire e il 30 che avevamo fatto ma il 31 che non è mai arrivato.
Non possiamo aspettare perché ci sono tutti i miei vecchi amici da battere a calcio, tutti quelle figure da riempire senza fare uscire il pastello dai bordi. Tutte quelle parole che volevo scrivere senza sapere quali fossero i simboli delle lettere per comporle.
Tutti i suoni che volevo articolare in vocaboli e che ora hanno un timbro così rotondo e nasale. E quella corsa che sembrava infinita, io pronto a ospitare solo e unicamente me, senza sapere perché; una corsa che ora perdo.
giovedì 21 ottobre 2010
mercoledì 29 settembre 2010
Le domande dell'uomo della strada: la nostra società è sessista?
Assolutamente! La società non può continuare ad essere divisa in uomini e donne, così come oltre agli animali, ai protisti, ai funghi e alle monere vi sono anche quegli studenti con sciarpe e maglie intorno al collo d'estate.
Soprattutto la donna non può essere esclusivamente considerata una madre-donna-di-casa-sforna-bambini-lava-calzini-puttana. Ci sono voluti secoli e decenni e un sacco di minuti per ottenere tutto questo. Basti pensare che nell'antico Egitto erano gli uomini che se la tiravano.
Nella preistoria quando ancora la gente non guardava alle stelle per farsi delle domande (chi ci ha dato tutto questo? ci presenteranno il conto prima o poi?) la donna svolgeva tutte le mansioni che ora classifichiamo come maschili. Usciva a cacciare e dava virili pacche nel sedere alle altre donne-scimmia. L'uomo stava in grotta per farsi treccine ai peli e poi quando la donna rientrava con il cibo, lo preparava per essere mangiato parlando della sua giornata noiosissima.
A seguito del prepotente avvento della Storia, l'uomo rimaneva a casa per ricamare strofinandosi con unguenti al mughetto, mentre la donna faceva la guerra, dipingeva soffitti, inventava ruote dentate, componeva canoni e dava risposte a domande che si era fatta il giorno prima (che significato ha l'esistenza? pi greco!). Tutte queste donne si facevano chiamare con nomi maschili per modestia.
In ambito sessuale a lungo si è dibattuta la reale esistenza del punto G maschile che attualmente chiamiamo pene. Al contrario le donne avevano 4 punti G, come i 4 punti cardinali o come i 4 re di Roma se si tralasciano gli altri 3, che vennero poi barattati con l'autocoscienza femminista.
Con il passare dei secoli la donna è riuscita a precludersi con estenuanti battaglie sociali, tutti quegli ambiti della vita nei quali poteva spaziare ed esprimersi liberamente da sempre. Modestia? Umiltà? Inettitudine? Gli storici stanno ancora indagando, svogliatamente.
Al giorno d'oggi organismi internazionali si occupano dell'immagine della donna nella pubblicità. Uno spot televisivo di assorbenti internti con sole donne è considerato fortemente sessista e va scoraggiato: la donna imbottita e felice che fa gli sport estremi e le capriole non va più bene. Al loro posto ci mettiamo anziani con i bianchi capelli candidi e il bambino nuovo della Kinder. Slogan: "Se vanno bene a loro, figuriamoci a chi ha la vagina".
Soprattutto la donna non può essere esclusivamente considerata una madre-donna-di-casa-sforna-bambini-lava-calzini-puttana. Ci sono voluti secoli e decenni e un sacco di minuti per ottenere tutto questo. Basti pensare che nell'antico Egitto erano gli uomini che se la tiravano.
Nella preistoria quando ancora la gente non guardava alle stelle per farsi delle domande (chi ci ha dato tutto questo? ci presenteranno il conto prima o poi?) la donna svolgeva tutte le mansioni che ora classifichiamo come maschili. Usciva a cacciare e dava virili pacche nel sedere alle altre donne-scimmia. L'uomo stava in grotta per farsi treccine ai peli e poi quando la donna rientrava con il cibo, lo preparava per essere mangiato parlando della sua giornata noiosissima.
A seguito del prepotente avvento della Storia, l'uomo rimaneva a casa per ricamare strofinandosi con unguenti al mughetto, mentre la donna faceva la guerra, dipingeva soffitti, inventava ruote dentate, componeva canoni e dava risposte a domande che si era fatta il giorno prima (che significato ha l'esistenza? pi greco!). Tutte queste donne si facevano chiamare con nomi maschili per modestia.
In ambito sessuale a lungo si è dibattuta la reale esistenza del punto G maschile che attualmente chiamiamo pene. Al contrario le donne avevano 4 punti G, come i 4 punti cardinali o come i 4 re di Roma se si tralasciano gli altri 3, che vennero poi barattati con l'autocoscienza femminista.
Con il passare dei secoli la donna è riuscita a precludersi con estenuanti battaglie sociali, tutti quegli ambiti della vita nei quali poteva spaziare ed esprimersi liberamente da sempre. Modestia? Umiltà? Inettitudine? Gli storici stanno ancora indagando, svogliatamente.
Al giorno d'oggi organismi internazionali si occupano dell'immagine della donna nella pubblicità. Uno spot televisivo di assorbenti internti con sole donne è considerato fortemente sessista e va scoraggiato: la donna imbottita e felice che fa gli sport estremi e le capriole non va più bene. Al loro posto ci mettiamo anziani con i bianchi capelli candidi e il bambino nuovo della Kinder. Slogan: "Se vanno bene a loro, figuriamoci a chi ha la vagina".
martedì 7 settembre 2010
Artisti in strada
Ieri ero in giro per strada, per guardare gli artisti da strada. E già qui partiamo male: per come sono stato abituato gli artisti dovrebbero stare chiusi dentro a teatri o musei, dietro a ad asettiche bacheche di vetro, tutti imparruccati canuti, con pomposi abiti scuri dagli altissimi colletti inamidati trasbordanti di pizzi e merletti da ogni orifizio; non certamente in strada in mezzo alla povera gente che non si può permettere di stare al chiuso a divertirsi in solitaria, guardando altezzosa dal retro di un monocolo cerchiato in oro.
Poi non si paga il biglietto, e non vi è solo la questione del non divertirsi quando non si paga, vi è il principale problema che quando non si paga, quando una cosa è gratis, tutti accorrono per farla. Ma dico io, Dio mio, esistono per caso cose gratis belle? Pensateci bene. Avete pensato, l'amore, il sorriso di un bambino, il sole? Ma scusate, sono letto solo da donne, pederasti e gente che non ha mai seguito un corso di fisica nucleare?
Ci sono anche le bancherelle degli artigiani, tutta gente che nel medioevo avrebbe fatto la fame vendendo questi orologi con il profilo di Elvis ricavati da vecchi 33 giri. Sarebbe stato quantomeno anacronistico, e il volgo, causa la diffusa ignoranza dettata da una dieta esclusivamente a base di legumi, avrebbe perso tempo a cercare il significato della parola sul dizionario. Un libro costava quanto una casa a causa della micragnosa fissazione di non inventare le stampanti a getto di inchiostro meno costose delle stesse cartucce (o di abitare accovacciati sotto i frontespizi).
Tutto sommato il divertimento è assicurato non dal circo di persone che fanno arte, ma dal circo di persone che guardano gli artisti. Se io vado a teatro ad ascoltare il Clavicembalo ben temperato, non indosso un frac, quindi perché se ascolti musica balcanica ti vesti come se ti avessero ricoperto nudo di pece e poi immerso in un cassonetto di raccolta vestiti usati?
Le gare di Formula 1 non dovrebbero essere decisivamente determinate dalla griglia di partenza. Farei come le corse al trotto: partenze in parallelo da dietro di una safety car. Certo, ci vorrebbero piste più larghe, almeno nel tratto di partenza e meno concorrenti. Ho fatto uno schema per spiegarlo:
Nello schema si vede la partenza nell'ampio rettilineo iniziale, la pista poi diventa un nastro di Möbius. In piccolo ci sono io che sono sempre invitato a tutte le gare e feste dopo-gara.
Il messaggio è questo: non tutto quello che si fa per strada è una figata solo perché fatto da gente a piedi nudi, non tutte le cose altisonanti e pompose sono detestabili perché non ci trovate gente a piedi nudi.
Poi non si paga il biglietto, e non vi è solo la questione del non divertirsi quando non si paga, vi è il principale problema che quando non si paga, quando una cosa è gratis, tutti accorrono per farla. Ma dico io, Dio mio, esistono per caso cose gratis belle? Pensateci bene. Avete pensato, l'amore, il sorriso di un bambino, il sole? Ma scusate, sono letto solo da donne, pederasti e gente che non ha mai seguito un corso di fisica nucleare?
Ci sono anche le bancherelle degli artigiani, tutta gente che nel medioevo avrebbe fatto la fame vendendo questi orologi con il profilo di Elvis ricavati da vecchi 33 giri. Sarebbe stato quantomeno anacronistico, e il volgo, causa la diffusa ignoranza dettata da una dieta esclusivamente a base di legumi, avrebbe perso tempo a cercare il significato della parola sul dizionario. Un libro costava quanto una casa a causa della micragnosa fissazione di non inventare le stampanti a getto di inchiostro meno costose delle stesse cartucce (o di abitare accovacciati sotto i frontespizi).
Tutto sommato il divertimento è assicurato non dal circo di persone che fanno arte, ma dal circo di persone che guardano gli artisti. Se io vado a teatro ad ascoltare il Clavicembalo ben temperato, non indosso un frac, quindi perché se ascolti musica balcanica ti vesti come se ti avessero ricoperto nudo di pece e poi immerso in un cassonetto di raccolta vestiti usati?
Le gare di Formula 1 non dovrebbero essere decisivamente determinate dalla griglia di partenza. Farei come le corse al trotto: partenze in parallelo da dietro di una safety car. Certo, ci vorrebbero piste più larghe, almeno nel tratto di partenza e meno concorrenti. Ho fatto uno schema per spiegarlo:
Nello schema si vede la partenza nell'ampio rettilineo iniziale, la pista poi diventa un nastro di Möbius. In piccolo ci sono io che sono sempre invitato a tutte le gare e feste dopo-gara.
Il messaggio è questo: non tutto quello che si fa per strada è una figata solo perché fatto da gente a piedi nudi, non tutte le cose altisonanti e pompose sono detestabili perché non ci trovate gente a piedi nudi.
giovedì 19 agosto 2010
Memo magazine - agosto
Se volete sapere cosa ne penso dell'aperitivo su un giornaletto coloratissimo che si occupa di aperitivi leggete qui, pagina 36.
domenica 8 agosto 2010
Io?
Sono al "Brico Tu". Tardo pomeriggio. Non ricordo come ci sono arrivato. Ricordo che cerco cardini per sportelli. Ci sono tanti tipi di cardini per sportelli con una luce forte al neon che abbaglia scaffali e persone. Cardini normali a perno fisso; cardini a scatto con molla, regolabili o non regolabili. Da incastro con viti o da incasso in un foro circolare.
"Ehi, Paolo, ciao." Compagna delle superiori che porta passeggino. E' sposata da un paio di anni, lavora da sei facendo fatture, il bambino ha quasi un anno e mezzo, indossa una canottiera bianca.
...e tu che fai?
Io cerco lavoro, ho insegnato ma avevo supplenze, ora sto aspettando che inizi l'anno scolastico nuovo.
Io rubo i taxi, ma non avendo la patente mi arrestano cinque minuti dopo, appena gratto la frizione senza aver fatto partire il tassametro.
Io studio, devo finire l'università. Sono un po' fuori corso con gli esami, ma me ne mancano pochi e poi ho la tesi.
Io recito con un gruppo di teatro-danza. Stiamo portando in scena delle novelle di Kafka con un gruppo di musicisti indiani. E' tutto un gioco di luci e colori. Non si deve pensare che Kafka rappresenti necessariamente il nero del nostro animo, capisci? la parte buia o queste cose. Kafka è un mondo di colori, ma colori normalmente osservati contro luce e quindi scuri, quasi neri. Se sposti la luce davanti avrai un arcobaleno. Noi rappresenteremo tutto questo con dei ballerini che eseguono delle performance mentre recitiamo le novelle in diversi piani narrativi sovrapposti. Il coreografo è un autentico genio.
Io faccio il barista in quel locale vicino al mare, quello che ha cambiato gestione un paio di anni fa. Lavoro dalle 4 fino alla chiusura. Se passi ti offro qualcosa.
Io lavoro in una ditta di componenti elettrici come controllo qualità da quando mi sono laureato. Sono stabile da maggio scorso. Faccio su e giù tutti i giorni.
Io sono astronauta. Non ci sono missioni con italiani a bordo previste nei prossimi anni ma continuo ad allenarmi in una enorme vasca per simulare la gravità zero.
Io sono Dio. Se smetto di credere a tutto questo o a me stesso, spariamo tu e io e tutto quello che ci circonda. Anzi, no, io dovrei restare.
Io sono te. Non e' la prima volta che ti capita, penso sia una crisi post parto, ma non farti vedere troppo in giro a parlare da sola.
Io sono morto. Al di la non c'è niente quindi ho scelto di reincarnarmi che è una cosa gratuita e anzi parecchio ecologica, si recicla l'anima. Prima sono stato un commercialista, poi un bancario; infine un meccanico Fiat.
Io? ti ho sposato. Questo è mio figlio. Corri forte prima che quel tipo la in fondo si accorga che non ci siamo piu'.
"Ehi, Paolo, ciao." Compagna delle superiori che porta passeggino. E' sposata da un paio di anni, lavora da sei facendo fatture, il bambino ha quasi un anno e mezzo, indossa una canottiera bianca.
...e tu che fai?
Io cerco lavoro, ho insegnato ma avevo supplenze, ora sto aspettando che inizi l'anno scolastico nuovo.
Io rubo i taxi, ma non avendo la patente mi arrestano cinque minuti dopo, appena gratto la frizione senza aver fatto partire il tassametro.
Io studio, devo finire l'università. Sono un po' fuori corso con gli esami, ma me ne mancano pochi e poi ho la tesi.
Io recito con un gruppo di teatro-danza. Stiamo portando in scena delle novelle di Kafka con un gruppo di musicisti indiani. E' tutto un gioco di luci e colori. Non si deve pensare che Kafka rappresenti necessariamente il nero del nostro animo, capisci? la parte buia o queste cose. Kafka è un mondo di colori, ma colori normalmente osservati contro luce e quindi scuri, quasi neri. Se sposti la luce davanti avrai un arcobaleno. Noi rappresenteremo tutto questo con dei ballerini che eseguono delle performance mentre recitiamo le novelle in diversi piani narrativi sovrapposti. Il coreografo è un autentico genio.
Io faccio il barista in quel locale vicino al mare, quello che ha cambiato gestione un paio di anni fa. Lavoro dalle 4 fino alla chiusura. Se passi ti offro qualcosa.
Io lavoro in una ditta di componenti elettrici come controllo qualità da quando mi sono laureato. Sono stabile da maggio scorso. Faccio su e giù tutti i giorni.
Io sono astronauta. Non ci sono missioni con italiani a bordo previste nei prossimi anni ma continuo ad allenarmi in una enorme vasca per simulare la gravità zero.
Io sono Dio. Se smetto di credere a tutto questo o a me stesso, spariamo tu e io e tutto quello che ci circonda. Anzi, no, io dovrei restare.
Io sono te. Non e' la prima volta che ti capita, penso sia una crisi post parto, ma non farti vedere troppo in giro a parlare da sola.
Io sono morto. Al di la non c'è niente quindi ho scelto di reincarnarmi che è una cosa gratuita e anzi parecchio ecologica, si recicla l'anima. Prima sono stato un commercialista, poi un bancario; infine un meccanico Fiat.
Io? ti ho sposato. Questo è mio figlio. Corri forte prima che quel tipo la in fondo si accorga che non ci siamo piu'.
lunedì 26 luglio 2010
Les restaurants invisibiles (Omaggio a I.C.)
Al ristorante di Thoiry l'avventore entra e viene accolto subito a braccia aperte da tutti i dipendenti del locale. Il gestore lo aspetta già fuori dalla porta e accoglie con un sorriso, menù alla mano. Subito l'avventore viene denudato dai suoi abiti cittadini e vestito da cameriere, da cuoco oppure con gli stessi abiti del gestore. L'avventore viene invitato a svolgere la mansione consona agli abiti che gli sono stati forniti, mentre uno dei lavoranti del ristorante prende posto a tavola e inizia ad ordinare.
La qualità del servizio si misura nell'abilita dell'avventore di svolgere il ruolo assegnatoli e la soddisfazione rispetto al servizio offerto consiste nell'autovalutazione fatta dall'avventore stesso del proprio lavoro.
E' capitato di vedere avventori, cuochi di altri ristoranti, soffrire di eccessivo perfezionismo ed uscire crucciati dalla propria visita al ristorante rivali. Altri avventori, sprovveduti passanti affamati, si sono ritrovati a sbagliare ordinazioni e a distruggere rovinosamente decine di piatti uscendo illuminati da un beato sorriso.
Lasciai Thoiry dopo due giorni.
Alla locanda di Poully si entra e ci si siede. Nessuno si preoccupa di chiedere in quanti si è, nessuno vi indica dove accomodarvi e nessuno vi porta una carta dei vini o tanto meno un menù.
In questo ristorante è stata fatta della lentezza del cibo una filosofia di vita. Camerieri e cuochi, assieme all'anziana coppia di proprietari, li trovate nel retro, adagiati su sedie impagliate dondolanti contro le pareti, mentre sono impegnati a fumare o a leggere sonnecchianti qualche pagina di un libro dalle pagine ingiallite dal prolungato contatto con le mani.
Non sperate che vi portino veramente da mangiare. Se la vostra insistenza diventa particolarmente rumorosa e sonora sono capaci di trascinarsi al telefono nero fisso al muro dietro alla cassa e chiamare un fast food che faccia servizio à emporter.
Affamato mi sono diretto nel paesino più vicino mentre la luce del sole appena tramontato illuminava ancora le insegne.
Al ristorante di Gex si vantano di conoscere i clienti da uno sguardo. Vi danno il tavolo che preferite, vicino alla compagnia di persone meno rumorosa e lontani dalla schermo televisivo. Appena avete dispiegato il tovagliolo al posto della carta, arriva direttamente un primo con tanto parmigiano a scaglie come piace a voi ma pochissimo pepe e sale al punto giusto. La pasta è al dente e appena l'avete terminata, ecco seguire una grigliata: tenere le carni ma comunque ben cotte, condite da abbondanti patate fritte o al forno (io non vi conosco così bene) che siete sicuri basteranno per accompagnare la carne fino all'ultimo boccone. Il dolce è delizioso, un perfetto binomio tra il freddo del gelato e il caldo della cioccolata che lo adorna. Il conto arriva appena avete scostato la sedia dal tavolo e rappresenta esattamente la cifra che avreste speso, forse qualcosa in meno.
Lasciate Gex sazi, soddisfatti e a gambe levate, mentre la felice coppia di proprietari del locale sembra ancora salutarvi dall'ingresso principale del ristorante.
Arrivate a Péron completamente satolli...
La qualità del servizio si misura nell'abilita dell'avventore di svolgere il ruolo assegnatoli e la soddisfazione rispetto al servizio offerto consiste nell'autovalutazione fatta dall'avventore stesso del proprio lavoro.
E' capitato di vedere avventori, cuochi di altri ristoranti, soffrire di eccessivo perfezionismo ed uscire crucciati dalla propria visita al ristorante rivali. Altri avventori, sprovveduti passanti affamati, si sono ritrovati a sbagliare ordinazioni e a distruggere rovinosamente decine di piatti uscendo illuminati da un beato sorriso.
Lasciai Thoiry dopo due giorni.
Alla locanda di Poully si entra e ci si siede. Nessuno si preoccupa di chiedere in quanti si è, nessuno vi indica dove accomodarvi e nessuno vi porta una carta dei vini o tanto meno un menù.
In questo ristorante è stata fatta della lentezza del cibo una filosofia di vita. Camerieri e cuochi, assieme all'anziana coppia di proprietari, li trovate nel retro, adagiati su sedie impagliate dondolanti contro le pareti, mentre sono impegnati a fumare o a leggere sonnecchianti qualche pagina di un libro dalle pagine ingiallite dal prolungato contatto con le mani.
Non sperate che vi portino veramente da mangiare. Se la vostra insistenza diventa particolarmente rumorosa e sonora sono capaci di trascinarsi al telefono nero fisso al muro dietro alla cassa e chiamare un fast food che faccia servizio à emporter.
Affamato mi sono diretto nel paesino più vicino mentre la luce del sole appena tramontato illuminava ancora le insegne.
Al ristorante di Gex si vantano di conoscere i clienti da uno sguardo. Vi danno il tavolo che preferite, vicino alla compagnia di persone meno rumorosa e lontani dalla schermo televisivo. Appena avete dispiegato il tovagliolo al posto della carta, arriva direttamente un primo con tanto parmigiano a scaglie come piace a voi ma pochissimo pepe e sale al punto giusto. La pasta è al dente e appena l'avete terminata, ecco seguire una grigliata: tenere le carni ma comunque ben cotte, condite da abbondanti patate fritte o al forno (io non vi conosco così bene) che siete sicuri basteranno per accompagnare la carne fino all'ultimo boccone. Il dolce è delizioso, un perfetto binomio tra il freddo del gelato e il caldo della cioccolata che lo adorna. Il conto arriva appena avete scostato la sedia dal tavolo e rappresenta esattamente la cifra che avreste speso, forse qualcosa in meno.
Lasciate Gex sazi, soddisfatti e a gambe levate, mentre la felice coppia di proprietari del locale sembra ancora salutarvi dall'ingresso principale del ristorante.
Arrivate a Péron completamente satolli...
martedì 13 luglio 2010
1000 cose orribili
Mi è capitato sotto mano questo sito http://1000awesomethings.com dove si elencano un sacco di cose favolose della vita, benché semplici. L'autore ha anche pubblicato un libro con il titolo ad arcobaleno, mentre nel sito ci sono foto di care vecchine che leggono il libro in casa di riposo prima di andarsi a sottoporre alle cure (clisteri perlopiù).
Questo tipo considera awesome cose come "ascoltare le coppie che ti raccontano come si sono incontrati", "mangiar del cibo che non ha il suo tipico colore" oppure, la più amata in generale, la "fotosintesi".
Allora ho deciso con un amico, di rispondere con questo: http://1000coseorribili.blogspot.com.
Questo tipo considera awesome cose come "ascoltare le coppie che ti raccontano come si sono incontrati", "mangiar del cibo che non ha il suo tipico colore" oppure, la più amata in generale, la "fotosintesi".
Allora ho deciso con un amico, di rispondere con questo: http://1000coseorribili.blogspot.com.
giovedì 8 luglio 2010
Attività della giornata.
Ieri ero in riunione per trovare un luogo dove permettere alle persone nei film di dialogare che non fosse compreso nei soliti cliché.
Io lavoro per i computer: loro mi comandano con lunghi bastoni che forniscono manganellate in codice binario e se facciamo bene il nostro lavoro ci sorridono, ma non piangono mai.
Quindi non risulta tanto chiaro perché fosse stata indetta quella riunione sui film, ma la cosa da rispettare è non fare tante domande. I computer ci osservano anche quanto crediamo che la webcam sia spenta ed essendo fatti di silicio con parti in segale, non hanno circuiti per annoiarsi.
I cliché nei film sono quegli elementi come le baguette che spuntano dalle sporte di carta del supermercato appoggiate nell'isola in cucina, il tassista che guarda le gambe della ragazza dallo specchietto retrovisore, gli orgasmi delle donne avvolte da coperte, gli uomini che ascoltano le donne che parlano e prendono parte nella conversazione, attivamente.
Quindi dovevamo trovare una situazione dove due persone potessero parlare tra di loro, che non fosse l'ascensore, l'auto o un divano davanti alla televisione.
Tra le opzioni che sono saltate fuori, sono poi finite sulle minute: due fantini all'ippodromo che corrono testa a testa e intanto discutono sui loro rapporti con le donne più alte (tutti disastrosi); dialogo farfugliante tra due che si lavano i denti in due lavandini limitrofi al bagno della stazione parlando di prassi barocca; dialogo tra operai del parco che dipingono un gazebo di bianco (parlano di economia aziendale).
Nessuna di queste situazioni la si riusciva a incastrare dentro un film ambientato nello spazio. Salta su il direttore neo-eletto: "E se lo ambientassimo nel West? Nel West c'erano cavalli e lavandini".
Giustamente una segretaria fa notare che però non c'erano gazebi vittoriani nei parchi e l'ipotesi cade. Ci si aggiorna.
Rientrato in ufficio decido di controllare i contributi che ho versato all'Inps, la maggior parte dei quali in monetine da 5 e 10 centesimi che avanzano sempre nel portafoglio. Richiedo la password attraverso un sito internet, ma me ne danno solo la metà, mentre l'altra metà dopo una settimana arriva per posta assieme a quel catalogo Postalmarket che ho richiesto a nome di mia zia ben 12 anni fa.
Sono 11 mila euro. Ho fatto allora domanda che mi venga restituito tutto in contanti per iniziare a fare una vita svalvolata, con la promessa mano-sul-cuore di morire giovane, ovvero prima dei 57 anni richiesti per la pensione.
Visto che si sono rifiutati, ho calcolato che per avere una pensione di 2mila euro al mese a questo regime contributivo dovrei lavorare per altri 174 anni, che a dire il vero mi sembrano un po' tantini: tutti saranno nello spazio a fare gavettoni in piscine con l'idrogeno liquido e io alla scrivania che poi magari fluttua e non si mantiene in ordine. Con sempre dei computer dietro, forse ben due volte più veloci di quelli di oggi, ma con denti infinitamente più aguzzi.
Questo pare spiegare il motivo per cui tutti i più fighi della storia, Gesù in primis, siano morti giovani.
Dalla segreteria mi faccio dare un pennarello nero sostenendo che sia per scrivere sui cd. Ho mentito. Vado nel bagno per scrivere qualche volgarità, e ho tempo per constatare che nessuno nei bagni di enti di ricerca scrive mai volgarità. Torno alla scrivania.
Io lavoro per i computer: loro mi comandano con lunghi bastoni che forniscono manganellate in codice binario e se facciamo bene il nostro lavoro ci sorridono, ma non piangono mai.
Quindi non risulta tanto chiaro perché fosse stata indetta quella riunione sui film, ma la cosa da rispettare è non fare tante domande. I computer ci osservano anche quanto crediamo che la webcam sia spenta ed essendo fatti di silicio con parti in segale, non hanno circuiti per annoiarsi.
I cliché nei film sono quegli elementi come le baguette che spuntano dalle sporte di carta del supermercato appoggiate nell'isola in cucina, il tassista che guarda le gambe della ragazza dallo specchietto retrovisore, gli orgasmi delle donne avvolte da coperte, gli uomini che ascoltano le donne che parlano e prendono parte nella conversazione, attivamente.
Quindi dovevamo trovare una situazione dove due persone potessero parlare tra di loro, che non fosse l'ascensore, l'auto o un divano davanti alla televisione.
Tra le opzioni che sono saltate fuori, sono poi finite sulle minute: due fantini all'ippodromo che corrono testa a testa e intanto discutono sui loro rapporti con le donne più alte (tutti disastrosi); dialogo farfugliante tra due che si lavano i denti in due lavandini limitrofi al bagno della stazione parlando di prassi barocca; dialogo tra operai del parco che dipingono un gazebo di bianco (parlano di economia aziendale).
Nessuna di queste situazioni la si riusciva a incastrare dentro un film ambientato nello spazio. Salta su il direttore neo-eletto: "E se lo ambientassimo nel West? Nel West c'erano cavalli e lavandini".
Giustamente una segretaria fa notare che però non c'erano gazebi vittoriani nei parchi e l'ipotesi cade. Ci si aggiorna.
Rientrato in ufficio decido di controllare i contributi che ho versato all'Inps, la maggior parte dei quali in monetine da 5 e 10 centesimi che avanzano sempre nel portafoglio. Richiedo la password attraverso un sito internet, ma me ne danno solo la metà, mentre l'altra metà dopo una settimana arriva per posta assieme a quel catalogo Postalmarket che ho richiesto a nome di mia zia ben 12 anni fa.
Sono 11 mila euro. Ho fatto allora domanda che mi venga restituito tutto in contanti per iniziare a fare una vita svalvolata, con la promessa mano-sul-cuore di morire giovane, ovvero prima dei 57 anni richiesti per la pensione.
Visto che si sono rifiutati, ho calcolato che per avere una pensione di 2mila euro al mese a questo regime contributivo dovrei lavorare per altri 174 anni, che a dire il vero mi sembrano un po' tantini: tutti saranno nello spazio a fare gavettoni in piscine con l'idrogeno liquido e io alla scrivania che poi magari fluttua e non si mantiene in ordine. Con sempre dei computer dietro, forse ben due volte più veloci di quelli di oggi, ma con denti infinitamente più aguzzi.
Questo pare spiegare il motivo per cui tutti i più fighi della storia, Gesù in primis, siano morti giovani.
Giuseppe: se ti lascio la bottega, figlio, a 60 anni poi ti ritiri in pensione?E a dire il vero ci ricordiamo solo delle persone morte giovani, mentre di persone morte vecchie non se ne sente mai parlare e quasi sempre non sono dei miti del rock and roll quindi non erano dei veri ribelli.
Gesù: caspita, 60 anni, ma io volevo morire giovane...
Giuseppe: solita idea drogata, morire giovane non è un lavoro!
Gesù: forse ho una idea...
Dalla segreteria mi faccio dare un pennarello nero sostenendo che sia per scrivere sui cd. Ho mentito. Vado nel bagno per scrivere qualche volgarità, e ho tempo per constatare che nessuno nei bagni di enti di ricerca scrive mai volgarità. Torno alla scrivania.
- Pronto...Penso che la storia di cenerentola (vestita male poi diventa bella e a mezzanotte ritorna a casa dimenticando le mutandine e non si fa più rivedere) alla fine sia una bella favola educativa.
- Salve, sono Monica, telefono per proporle l'acquisto di un vibro-massaggiatore a ultrasuoni...
- Scusa Monica, ma nel call center ti stanno frustando?
- Si...
- Vai pure avanti...
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